30/11/2007

quattro novembre

Mio marito si gira lentamente buttandomi il braccio attorno alla vita. Il peso mi sembra insostenibile, mi toglie il respiro. Guardo la sveglia sul comodino, segna le 3.30: l’ennesima notte insonne.

Mi alzo con cautela, facendo attenzione a non svegliare Leonardo e mi dirigo in soggiorno. Mi avvicino alla finestra e fisso un punto vuoto, là fuori.

Ventinove giorni esatti che non lo vedo.

Che non sento l’odore della sua pelle.

Che non fremo al tocco delle sue mani.

Ventidue giorni che rifiuto le sue telefonate.

Che sussulto ad ogni squillo del cellulare.

Che mi forzo di non rispondere.

Otto rose rosse infilate tra il parabrezza e il tergicristalli della mia auto in otto punti diversi della città.

Otto boccioli cestinati da mani tremanti.

Otto stilettate al cuore.

La pioggia batte forte sulla finestra. Fuori è quasi completamente buio: solo la luce di quel lampione solitario disegna un’ombra incerta sul marciapiedi di fronte a casa. Seguo i giochi delle gocce d’acqua scendere adagio lungo i vetri. Sento il collo rigato di pianto.

Asciugo gli occhi, mi stringo nelle spalle. E’ arrivato il freddo, oramai. Quel freddo che F. adora assaporare insieme: annusare l’aria fino a vedere il naso colorarsi di rosso, stringersi forte sulla panchina sgranocchiando castagne abbrustolite, scaldare le labbra infreddolite con piccoli baci caldi.

Ma io odio il freddo.