21/09/2007
ventinove agosto
Entro in casa, butto chiavi e borsa sulla consolle all’ingresso. Clementina mi viene incontro e miagolando si struscia dolcemente contro le mie gambe. Mi lascio cadere sulla poltroncina di fianco al mio adorato pianoforte a coda, prendo fra le braccia la gatta e me la poggio sulle gambe. Slaccio il cinturino delle scarpe che non mi danno pace e inizio a massaggiarmi lentamente le caviglie, poggiando le testa alla spalliera della sedia.
Chiudo gli occhi, nel vano tentativo di liberare la mente dal turbinio continuo dei miei pensieri troppo assordanti, quando sento l’acqua scorrrere nel bagno del piano di sopra. Salgo lentamente le scale, leggermente in apprensione.
Apro la porta e trovo mio marito intento a canticchiare sotto la doccia.
“Leo, ma che ci fai qui?”
“Sono tornato da Roma un giorno prima”
“E perché non mi hai avvisato? Mi hai fatto quasi spaventare!”
“Beh, volevo farti una sorpresa… o magari beccarti con l’amante!” dice ridendo, mentre mi fa l’occhiolino.
Deglutisco a fatica. E ripenso a tutte le ultime trasferte di Leonardo: quando io e F. non sprecavamo nemmeno un minuto del tempo a disposizione. Erano giorni passati a consumarci uno dentro l’altro, con la smania di due sedicenni. Ma erano soprattutto le notti che finalmente potevo trascorrere addormentata tra le sue braccia a lasciare un segno indelebile sulla mia pelle. Questa volta, invece, è andata diversamente.
“Ehi, che ne dici di fare una doccia?” mi chiede mio marito con fare malizioso.
“Ma veramente….” tentenno, senza sapere cosa rispondere.
Ma Leonardo mi ha già attirata a sé, bagnandmi la maglietta. Me la sfila. Scherzosamente cerco di resistergli, poi arrendevole poggio la testa sul suo petto così familiare. Mi slaccia la cerniera della gonna, che scivola a terra. E mi trascina delicatamente sotto il getto dell’acqua. Fatica con il gancio del reggiseno, mi toglie voracemente lo slip.
Mi bacia l’orecchio e poi scende lentamente lungo il collo. Le sue mani frementi mi accarezzano i fianchi, la schiena, i seni. Chiudo gli occhi.
E le labbra carnose di F. sembrano bruciarmi la pelle, le sue dita affusolate marchiarmi la carne.
Riapro di scatto gli occhi e vedo la bocca di Leonardo cercare avidamente la mia.
Il suo corpo e quello di F. si confondono. Mi confondono. Il groppo in gola si scioglie in un pianto silenzioso: alzo il viso verso il rubunetto e mi lascio inondare dallo scroscio dell’acqua. Stringo forte le braccia intorno al collo di mio marito. Leonardo mi appoggia al muro freddo, mi solleva senza sforzo. E mi prende vigorosamente, mentre senza accorgermene gli conficco le unghie nella schiena.
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05/09/2007
ventotto agosto
Passeggiando per le vie della città, mi ritrovo davanti al bar in cui mi F. mi aveva dato appuntamento qualche giorno fa. Entro e mi siedo allo stesso tavolino che avevo condiviso con lui. Non lo sento più dalla mattina che ero passata a casa sua per colazione.
Ordino un the verde, estraggo dalla borsa il libro che sto leggendo e provo a concentrarmi sulla pagina sgualcita.
Anche tu sei l’amore.
Sei di sangue e di terra come gli altri.
Cammini come chi non si stacca dalla porta di casa.
Guardi come chi attende e non vede.
Sei terra che dolora e che tace. Hai sussulti e stanchezze, hai parole – cammini in attesa.
L’amore è il tuo sangue – non altro.
Cesare Pavese
I pensieri si affollano nella mia mente, il cuore è in tumulto. Sono giorni che mi sembra che mi manchi la terra da sotto i piedi. Stringo forte il bicchiere che ho davanti, quasi a volerlo frantumare. Mi aggrappo alla copertina del libro che ho fra le mani, quasi a volerla far diventare un tutt’uno con me: cerco un contatto con la realtà.
Lo squillo del cellulare mi fa sussultare. Cerco freneticamente il telefono all’interno della borsa, sempre troppo grande, troppo ingombra di cose inutili, troppo pesante per le mie spalle. Ogni volta che esco di casa sembra che debba portare con me tutto il mio mondo di orpelli inutili per non affogare nel resto del mondo.
“Pronto?”
“Ciao amore. Dove sei?”
“In centro, sto facendo colazione. Come va il lavoro, lì a Roma?”
“Tutto bene. Sono parecchio indaffarato, come al solito. Ma sembra non ci siano intoppi per il contratto.”
“E Roma è bellissima come sempre?”
“Ho talmente tanto da fare che non ho nemmeno avuto il tempo di fare una passeggiata… Però pensavo che potremmo venirci tu ed io per un week-end… anche per lavorare a quel progetto…” la voce di mio marito si fa maliziosa.
Fingo di non capire.
“Non mi hai più detto cosa ne pensi… Sei ancora decisa ad avere un figlio? Un bambino nostro, con le tue lentiggini... e il mio fiuto per gli affari!” dice ridacchiando. E immagino il suo sorriso abbozzato.
Quasi non riconosco il tono dolce e morbido di mio marito. Non sembra nemmeno lui.
Mi mancano le parole, mi manca persino il respiro. Forse dentro questo bar fa troppo caldo, o forse l’abito che indosso è troppo stretto. Probabilmente mi manca semplicemente il coraggio di chiedere a me stessa che cosa voglio dalla mia vita.
Cerco una scusa qualunque per cambiare discorso, saluto in fretta Leonardo e chiudo la telefonata.
Mi ritrovo a fissare nel vuoto fuori dal locale, oltre la vetrina sporca.
Quando riconosco una camminata sciolta, disinvolta. Attraente.
E’ un uomo alto, magro. Accompagnato da una ragazza decisamente bella.
Ridono divertiti, lui le accarezza i capelli, poi le cinge le spalle con un braccio. Lei gli sorride, fissandolo dritto negli occhi. In quegli occhi azzurri che dalla mia posizione non riesco a incrociare, ma che conosco così bene da non poter dimenticare.
Anche tu sei l’amore.Sei di sangue e di terra come gli altri.
Cammini come chi non si stacca dalla porta di casa.
Guardi come chi attende e non vede.
Sei terra che dolora e che tace.
Hai sussulti e stanchezze, hai parole – cammini in attesa.
L’amore è il tuo sangue – non altro.
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21/08/2007
venti agosto
F. mi ha appena chiamata. Ero di fianco a mio marito, in automobile: lo stavo accompagnando ad un appuntamento dall’avvocato. E appena ho sentito quella voce così familiare, calda, dall’altro lato del telefono, le mia mani hanno iniziato a sudare. Il corpo si è riemprito di brividi: lungo le braccia, la schiena, le gambe. E la voce è diventata stridula.
“Ci vediamo dopo, mamma. Se riesco passo a trovarti nel primo pomeriggio. Ciao”.
Riaggancio in fretta, certa che mio marito si è accorto del turbamento che si è interamente impossessato di ogni centimetro della mia pelle. Scruto il suo volto, in cerca di qualche segno; ma tutto sembra normale.
“Eccoci. Aspettami in macchina: mi sbrigo in un attimo” dice mio marito scendendo di corsa dall’auto e coprendosi la testa con il quotidiano, nel goffo tentativo di non farsi bagnare la giacca dalla pioggia torrenziale.
E io rimango sola, con le unghie conficcate nella pelle del sedile dell’auto. E il suono di quella voce così provocante e irresistibile mi rimbomba nelle orecchie. Devo assolutamente raggiungerlo, oggi pomeriggio. Anche se mi infastidisce il fatto che non si fa sentire e non si interessa a me per giorni: potrei persino essere morta che lui non lo verrebbe a sapere se non con settimane di ritardo. E io, invece, al suo minimo accenno, corro da lui. Come una quindicenne innamorata follemente, pazzamente.
Preda del senso di colpa solo dopo i nostri fugaci incontri, solo quando la ragione torna a impadronirsi anche della mia carne.
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07/08/2007
quattro agosto
Ho passato sabato e domenica con mio marito. Doveva essere un simpatico week-end rilassante, ospiti nella casa al mare di alcuni amici. E invece non abbiamo fatto altro che discutere. Per ogni piccola insignificante ragione.
Io continuavo a scrutare di nascosto il display del cellulare, nella speranza di trovare una chiamata o un messaggio da F. (memorizzato ovviamente sotto il nome di Rossana, la mia amica parrucchiera). Ma niente. E’ sparito di nuovo. Sono giorni che non lo sento. E tutto quello che vorrei sarebbe solo rifugiarmi tra quelle quattro mura della sua mansarda rovente, buttarmi sul suo letto sfatto e vederlo gironzolare per casa senza niente addosso.
Con i muscoli ben tesi e quel leggero accenno di pancetta, che lui cerca di nascondere trattenendo il fiato, non appena si accorge di essere osservato.
Mi piace vederlo appena sveglio leggere il giornale in piedi, appoggiato al piano della cucina, di fianco ai fornelli, con il bicchiere in mano.
E quando si sistema i capelli, ancora in slip, rimirandosi in quel minuscolo specchio che ha in bagno. Quanto è narciso… Sa di essere attraente. Sa di avere parecchio fascino. Persino le diciottenni si voltano per strada a guardarlo. E io vorrei gridare che è mio. Solo e unicamente mio.
E in effetti, quando avevo diciottanni, era così: F. era mio. Stavamo insieme, io e lui. Non ufficialmente: non eravami fidanzati. Ma non dovevami nemmeno nasconderci.
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27/07/2007
ventisette luglio
Quel segno è ancora lì: sulla schiena, sotto la spalla destra. Una piccola fragolina rossa.
Mio marito non se n’è accorto. L’ho nascosta bene, anche se non era necessario: abbiamo passato l’intera serata con dei suoi amici altezzosi. Monotoni. Della Milano bene, quella che conta, come dice lui. Se ne sono andati che erano quasi le due del mattino e io esausta mi sono buttata immediatamente a letto. E stamattina, quando mi sono svegliata, lui era già uscito per andare al lavoro.
Tocco quel lembo di pelle e mi sembra di sentire le mani di F. su di me.
E’ tutta mattina che provo a chiamarlo, ma il telefonono risulta staccato. Non ho idea di dove si sia cacciato, ma la cosa non mi stupisce: lui è solito sparire per giorni interi. Per poi riapparire all’improvviso, magari fuori dallo studio del dentista, o all’ingresso del supermercato. Non so come faccia, se si diverte a pedinarmi. Quel che è certo è che, ogni volta, mi toglie il fiato.
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ventisei luglio
-Ma che fai?
-Ti mordo.
-Sì, ma così mi lasci il segno!
E F. sorride, mentre il riflesso dei suoi occhi blu diventa irridescente e lo sguardo gli si riempie di pagliuzze dorate tutti’intorno all’iride.
-Lasci il segno a tutte le tue donne, vero F.?
Mi si avvicina, mi scosta una ciocca dal viso e mi sussurra nell’orecchio, mordicchiandomelo: -Lo lascio solo su di te…
Mi scosto, lusingata. Probabilmente mente, ma voglio credergli.
Mi sfilo lentamente la camicetta di seta e la lascio scivolare sul pavimento.
E con tono dolce gli dico quello che dovrei dire in modo scocciato: -Lo sai che non puoi marchiarmi la pelle: io non sono come tutte le altre che ti porti a letto. Io sono sposata… E con un tuo amico! Te lo sei dimenticato, forse?
Lui abbassa gli occhi, il sorriso sembra scomparire dal suo volto. Ma è una questione di secondi: mi afferra per la vita e mi trascina a sé. Mi annusa, mi accarezza.
-Adoro l’esate. Perchè non porti le calze, sotto la gonna. E mi basta alzarla e spostare le mutandine.
F. segue il contorno del mio sesso con il dito, indugia qualche attimo, mi gira di spalle, mi fa appoggiare al tavolo e mi prende. Con forza e dolcezza e passione. Nell’afa di un banale pomeriggio di luglio. Sullo stesso tavolo della cucina su cui fra poche ore servirò le lasagne al forno cucinate per mio marito.
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