30/08/2007

ventiquattro agosto

Sarà passata quasi un’ora: quando riapro gli occhi, la mia pelle è cotta dall’acqua bollente. Esco dalla vasca e mi infilo nell’accappatoio di F..

Prendo una maglietta da uno dei suoi cassetti e me la infilo lentamente. Il mio sguardo si posa sul solo portafotografia che ha appoggiato sul comò della camera da letto: è l’unica foto di tutta la casa. Ritrae lui da piccolo in piedi tra le sue due sorelle maggiori. Avrà sì e no quattro o cinque anni. In calzoncini, con le spalle dritte e gli stessi occhi vispi, furbi e maliziosi che si ritrova oggi.

Prendo in mano la cornice, con le dita segui i contorni dei suoi lineamenti da bambino e un’immagine nella mia mente si sovrappone alla sua. E’ quella del figlio che desideravo con Leonardo: gli stessi occhi verdi e profondi, gli stessi capelli scuri ricci e folti di suo padre. Le mie mani magre, ossute, con le dita lunghe: da pianista. Ma mi avrebbe chiesto di imparare a suonare la chitarra. La passione per i cavalli che gli avrebbe passato mio marito, la curiosità per il mondo e la voglia di studiare che gli avrei lasciato in eredità io. E soprattutto l’amore per i viaggi e l’incapacità di rimanere fermo, immobile su se stesso, che accomunava sia me che mio marito.

Improvvisamente il telefono sul comodino inizia a squillare. Istintivamente allungo la mano per rispondere, ma fortunatamente mi blocco. Mentre il trillo metallico dell’apparecchio continua a rimbombarmi in testa immagino che dall’altro capo del filo ci sia una delle numerose donne di F.: vuole avvisarlo che ha dimenticato da lei il palmare. O desidera invitarlo a cena e poi al cinema. O forse vuole solo passare la notte con lui e ha intenzione di dirglielo senza tanti giri di parole. Dev’essere magrissima, bionda e con le unghie laccate di rosso. Due gambe chilometriche e il cervello di un’oca: questo è il genere di donna che ho visto al suo fianco negli ultimi anni. Talmente diverse da me da farmi mangiare il fegato dalla gelosia. Ma così lontane da me da farmi illudere di essere la sua unica vera passione. Da prendere con quella cupidigia mista a dedizione che gli leggo negli occhi ogni volta che ci ritroviamo insieme. E che mi impedisce di resistergli.

Il telefono smette di suonare, ma dopo pochi minuti ricomincia. E va avanti per un’ora intera. Mi sembra di impazzire. Mi sdraio sul divano, accendo la televisione, ma non trovo nulla di interessante. Prendo uno dei suoi libri dalla libreria in legno indiano e inizio a sfogliarlo, soffermandomi sulle righe sottolineate a matita. Afferro un altro volume e mi accorgo che anche in questo alcune frasi, a volte interi paragrafi, sono evidenziati.

E mi sorprendo a pensare che forse non so poi molto di quest’uomo. Nonostante ci si conosca da così tanto tempo, nonostante si condividano emozioni, pelle e carne.

Mi viene voglia di preparare il pranzo: sbircio nel frigorifero e poi nella dispensa. Entrambi praticamente vuoti. Abbandono l’idea di cucinare: anche perchè io non sono la compagna di quest’uomo… Io sono solo una delle tante che si porta a letto. Non è mio dovere prendermi cura di lui. Non è mio dovere preoccuparmi per lui.

Guardo l’orologio: la mattina è passata. Sono quasi le due e F. non si è visto. E non si è nemmeno fatto sentire. Probabilmente anche lui, come mio marito, è troppo preso dal suo lavoro, dai suoi affari, dalla sua vita per degnarsi di avvisarmi.

Una rabbia improvvisa prende il sopravvento e mi si annebbia la vista…

Butto la maglia che indosso sulla sedia della cucina, corro in bagno e raccatto l’abito che avevo steso ad asciugare sul calorifero spento. Quando lo indosso, ancora umido, la fredda stoffa del vestito mi si appiccica al corpo, aderendo come una seconda pelle. Prendo la borsa e con le scarpe ancora in mano sbatto la porta di casa e mi chiudo in ascensore. Sento una lacrima solcarmi la guancia destra. Passo nervosamente l’indice sul viso per spegnere il pianto ancora prima del nascere.

Una volta in macchina capisco che non posso andare a casa. Non me la sento di tornare tra quelle quattro mura, anche se mio marito non c’è. Potrei scoppiare in una crisi isterica in piena regola.

Guido per un’ora senza meta, fino a quando mi ritrovo nel quartiere residenziale dove si trova la villa dei miei genitori. MI fermo, suono il campanello e la voce stanca di mio padre mi scalda il cuore.

Varco il cancello facendo un profondo respiro, nel tentativo di mandar via tutta l’amarezza che ho in cuore.

E passo le due ore seguenti davanti ad una tazza di the ad ascolate i lamenti di mia madre sui suoi acciacchi di salute, sul fatto che mio padre non le dà mai retta e che la donna di servizio non fa altro che combinare danni.

E tutto sembra tornare alla normalità: sono pronta a rientrare nei mei panni di donna sposata. Il cui unico problema sembra essere quello di aver dimenticato di comperare frutta e verdura per la cena.

 

29/08/2007

ventiquattro agosto

Esco talmente di fretta dall’androne del palazzo che non faccio in tempo ad accorgermi che sta diluviando. Lo scroscio d’acqua improvviso è così forte da farmi male: le gocce sembrano lame taglienti. E il mio cuore sanguina.

La borsa comincia a vibrare: estraggo il cellulare e sul display compare il nome di mio marito.

Che, appena rispondo, mi chiede grugnendo dove sono.

“Sono a casa”

“Ma se ho appena telefonato lì e non risponde nessuno!”

“Cioè, sì, beh… sono appena uscita. Pensavo di fare un salto dall’editore. Sai, per parlare del progetto” balbetto.

“Ah già sì. Beh, potevi avvisarmi. Guarda che per pranzo non riesco a raggiungerti, oggi. Ci vediamo stasera, d’accordo?”

“Certo. Ci vediamo stasera.”

Quando riaggancio mi accorgo che sono completamente fradicia. Capelli, abito, scarpe. E che sto tremando. Ma non per il freddo: è questa telefonata inattesa che mi ha scossa.

Rientro nell’edificio che avevo lasciato con tanta rapidità. Chiamo l’ascensore e risalgo fino all’ultimo piano.

Quando F. mi vede sulla porta faccio giusto in tempo a cogliere la sua sorpresa. Poi due mani mi tirano dentro e iniziano a spogliarmi.

“Sei un pulcino bagnato. Fradicio”

Annuisco, perdendomi nelle pagliuzze dorate di quei dannati occhi azzurri.

Quando rimango con indosso solo la biancheria afferro le sue braccia, fermandole.

“Si è fatto tardi. Devi andare al lavoro”.

“Ho ancora cinque minuti”

Fa scivolare due dita lungo l’elastico delle mie mutandine. Le abbassa fino a farmele arrivare alle ginocchia. E sento la sua mano continuare la strada verso il mio piacere, regalandomene attimi fugaci. Quando il mio respiro finalmente si calma, anche le sue dita si staccano dal mio sesso bagnato.

“Ho la giornata libera” sussurro ancora ansimando leggermente. “Se torni a pranzo posso aspettarti qui”

“D’accordo” e il suo sorriso si apre fra quelle due fossette che adoro accarezzare.

“Vedi di farti trovare nuda. Ho voglia di te.”

Le sue parole mi eccitano ancora di più. E il desiderio di averlo dentro di me mi prende come un pugno allo stomaco. Ma non glielo dico: si tratta di aspettare solo poche ore.

F. mi bacia il collo, poi scende a mordermi il seno ancora imprigionato nel reggiseno inzuppato dal temporale.

Si avvicina alla mia bocca con la sua e con voce suadente mi ripete: “Nuda, mi raccomando”.

Quando F. chiude la porta alle sua spalle, realizzo che è la prima volta che mi trovo sola nel suo mondo, in casa sua, fra le sue cose.

E un brivido mi percorre la schiena.

Mi sfilo di dosso la biancheria grondante e gironzolo per le stanze.

Vorrei curiosare un po’, ma qualcosa mi trattiene: forse la paura di scoprire cose che non voglio sapere.

Mi dirigo in bagno,apro l’acqua della vasca e mi siedo sul bordo aspettando che sia piena. Finalmente mi immergo e lavo via dalla mia pelle tutte le strane sensazioni che mi porto addosso in questi giorni.

Appoggio la testa sul bordo, chiudo gli occhi e aspetto.

27/07/2007

ventisette luglio

Quel segno è ancora lì: sulla schiena, sotto la spalla destra. Una piccola fragolina rossa.

Mio marito non se n’è accorto. L’ho nascosta bene, anche se non era necessario: abbiamo passato l’intera serata con dei suoi amici altezzosi. Monotoni. Della Milano bene, quella che conta, come dice lui. Se ne sono andati che erano quasi le due del mattino e io esausta mi sono buttata immediatamente a letto. E stamattina, quando mi sono svegliata, lui era già uscito per andare al lavoro.

Tocco quel lembo di pelle e mi sembra di sentire le mani di F. su di me.

E’ tutta mattina che provo a chiamarlo, ma il telefonono risulta staccato. Non ho idea di dove si sia cacciato, ma la cosa non mi stupisce: lui è solito sparire per giorni interi. Per poi riapparire all’improvviso, magari fuori dallo studio del dentista, o all’ingresso del supermercato. Non so come faccia, se si diverte a pedinarmi. Quel che è certo è che, ogni volta, mi toglie il fiato.