14/11/2007
dieci ottobre
“E tu cosa gli hai risposto?”
“Niente”
“Come sarebbe a dire ‘niente’?”
“Niente, Cinzia. Semplicemente non gli ho risposto”
“Ottimo! Leonardo finalmente decide che vuole un figlio e tu non ti degni nemmeno di dire qualcosa. Che so, magari che saranno almeno due anni che lo vuoi ‘sto figlio”
“Hai detto bene: Leonardo finalmente ha deciso. Perché è sempre lui che deve decidere. L’ultima parola spetta sempre a lui. Mai a noi”
“Dài, su…. Non metterti a fare i capricci, adesso. Non sei più una ragazzina. E lo sai come vanno certe cose: un figlio oggi lo si deve programmare… mica crederai davvero alla favoletta della bella famigliola stile Mulino Bianco, no?”
Sbuffo vistosamente, tanto da spostare quel ciuffo di capelli che continua a ricadermi sugli occhi.
“Devo anche decidermi ad andare dalla parrucchiera”
“Come sempre sei bravissima a cambiare discorso!” ridacchia rumorosamente la mia amica Cinzia, mentre giocherella con l’accendino, “Scusami un attimo: devo andare alla toilette. Faccio in un minuto” continua alzandosi dalla sedia.
Mentre Cinzia si allontana, noto come tutti gli uomini della sala da the si siano voltati a guardala. E sorrido divertita, sapendo dell’intenzionalità della sua camminata esageratamente ancheggiante. Siamo così diverse io e Cinzia: forse è proprio per questo che negli anni la nostra amicizia non ci ha mai stancato.
Ed è proprio mentre mi perdo in ricordi camerateschi, che mi giungono alle orecchie parole che richiamano la mia attenzione.
Sono tre voci distinte. Tre donne. Che mi pare di riconoscere. Ma non ho il coraggio di voltarmi.
“E così, a quanto pare, F. si vede con una sposata” dice con fare cospiratorio la prima.
Il sangue mi si gela in corpo.
“Vorrai dire che si vede anche con una sposata” puntualizza maliziosamente la seconda.
Il respiro si ferma.
“Sai che novità…” commenta la terza.
I muscoli del viso si immobilizzano.
“Sì, ma… stavolta sembra che lui sia davvero preso!”
Il cuore esce dal petto.
Tra le risate maligne, sento la voce più stridula chiedere dell’identità di questa “famigerata donna sposata”.
E la vista si appanna. Le labbra si seccano. Le mani tremano. La nausea prende la bocca dello stomaco.
Tendo le orecchie. Sconvolta e pietrificata.
“Questi tacchi sono davvero insopportabili!” dice a gran voce Cinzia, lasciandosi cadere sulla sedia davanti a me “Non credo di riuscire a girare per negozi con queste scarpe, oggi!”.
Beve un sorso del suo the ormai freddo. Poi mi fissa dritta negli occhi.
“Ehi, ma che è successo? Hai una faccia!”
“No, no… niente” mormoro appena.
“Sei sicura? Stai bene?”
“A dire il vero mi è venuta un’emicrania tremenda. Ti spiace se rimandiamo lo shopping ad un altro giorno?”. E la voce si incrina.
“Sì, è meglio. Vai a casa a riposare un po’. Qui ci penso io: oggi tocca a me offrire.” replica con tono premuroso, mentre rovista nella borsa alla ricerca del portafogli.
“Grazie, Cinzia” pronuncio a fatica.
Un minuto dopo sono in strada, in mezzo al rumore del traffico. Cammino velocemente, senza meta. E le lacrime scivolano lungo le guance. E i singhiozzi scuotono il petto. Vacillo frastornata, mentre continuano a rimbombarmi nelle orecchie le poche frasi rubate al bar.
19:10 Scritto da: lasposaperfetta | Link permanente | Commenti (5) | Segnala | Tag: figlio, mulino bianco, ciuffo di capelli, parrucchiera, donna sposata, risate maligne, nausea alla bocca dello stomaco | OKNOtizie |
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30/08/2007
ventiquattro agosto
Sarà passata quasi un’ora: quando riapro gli occhi, la mia pelle è cotta dall’acqua bollente. Esco dalla vasca e mi infilo nell’accappatoio di F..
Prendo una maglietta da uno dei suoi cassetti e me la infilo lentamente. Il mio sguardo si posa sul solo portafotografia che ha appoggiato sul comò della camera da letto: è l’unica foto di tutta la casa. Ritrae lui da piccolo in piedi tra le sue due sorelle maggiori. Avrà sì e no quattro o cinque anni. In calzoncini, con le spalle dritte e gli stessi occhi vispi, furbi e maliziosi che si ritrova oggi.
Prendo in mano la cornice, con le dita segui i contorni dei suoi lineamenti da bambino e un’immagine nella mia mente si sovrappone alla sua. E’ quella del figlio che desideravo con Leonardo: gli stessi occhi verdi e profondi, gli stessi capelli scuri ricci e folti di suo padre. Le mie mani magre, ossute, con le dita lunghe: da pianista. Ma mi avrebbe chiesto di imparare a suonare la chitarra. La passione per i cavalli che gli avrebbe passato mio marito, la curiosità per il mondo e la voglia di studiare che gli avrei lasciato in eredità io. E soprattutto l’amore per i viaggi e l’incapacità di rimanere fermo, immobile su se stesso, che accomunava sia me che mio marito.
Improvvisamente il telefono sul comodino inizia a squillare. Istintivamente allungo la mano per rispondere, ma fortunatamente mi blocco. Mentre il trillo metallico dell’apparecchio continua a rimbombarmi in testa immagino che dall’altro capo del filo ci sia una delle numerose donne di F.: vuole avvisarlo che ha dimenticato da lei il palmare. O desidera invitarlo a cena e poi al cinema. O forse vuole solo passare la notte con lui e ha intenzione di dirglielo senza tanti giri di parole. Dev’essere magrissima, bionda e con le unghie laccate di rosso. Due gambe chilometriche e il cervello di un’oca: questo è il genere di donna che ho visto al suo fianco negli ultimi anni. Talmente diverse da me da farmi mangiare il fegato dalla gelosia. Ma così lontane da me da farmi illudere di essere la sua unica vera passione. Da prendere con quella cupidigia mista a dedizione che gli leggo negli occhi ogni volta che ci ritroviamo insieme. E che mi impedisce di resistergli.
Il telefono smette di suonare, ma dopo pochi minuti ricomincia. E va avanti per un’ora intera. Mi sembra di impazzire. Mi sdraio sul divano, accendo la televisione, ma non trovo nulla di interessante. Prendo uno dei suoi libri dalla libreria in legno indiano e inizio a sfogliarlo, soffermandomi sulle righe sottolineate a matita. Afferro un altro volume e mi accorgo che anche in questo alcune frasi, a volte interi paragrafi, sono evidenziati.
E mi sorprendo a pensare che forse non so poi molto di quest’uomo. Nonostante ci si conosca da così tanto tempo, nonostante si condividano emozioni, pelle e carne.
Mi viene voglia di preparare il pranzo: sbircio nel frigorifero e poi nella dispensa. Entrambi praticamente vuoti. Abbandono l’idea di cucinare: anche perchè io non sono la compagna di quest’uomo… Io sono solo una delle tante che si porta a letto. Non è mio dovere prendermi cura di lui. Non è mio dovere preoccuparmi per lui.
Guardo l’orologio: la mattina è passata. Sono quasi le due e F. non si è visto. E non si è nemmeno fatto sentire. Probabilmente anche lui, come mio marito, è troppo preso dal suo lavoro, dai suoi affari, dalla sua vita per degnarsi di avvisarmi.
Una rabbia improvvisa prende il sopravvento e mi si annebbia la vista…
Butto la maglia che indosso sulla sedia della cucina, corro in bagno e raccatto l’abito che avevo steso ad asciugare sul calorifero spento. Quando lo indosso, ancora umido, la fredda stoffa del vestito mi si appiccica al corpo, aderendo come una seconda pelle. Prendo la borsa e con le scarpe ancora in mano sbatto la porta di casa e mi chiudo in ascensore. Sento una lacrima solcarmi la guancia destra. Passo nervosamente l’indice sul viso per spegnere il pianto ancora prima del nascere.
Una volta in macchina capisco che non posso andare a casa. Non me la sento di tornare tra quelle quattro mura, anche se mio marito non c’è. Potrei scoppiare in una crisi isterica in piena regola.
Guido per un’ora senza meta, fino a quando mi ritrovo nel quartiere residenziale dove si trova la villa dei miei genitori. MI fermo, suono il campanello e la voce stanca di mio padre mi scalda il cuore.
Varco il cancello facendo un profondo respiro, nel tentativo di mandar via tutta l’amarezza che ho in cuore.
E passo le due ore seguenti davanti ad una tazza di the ad ascolate i lamenti di mia madre sui suoi acciacchi di salute, sul fatto che mio padre non le dà mai retta e che la donna di servizio non fa altro che combinare danni.
E tutto sembra tornare alla normalità: sono pronta a rientrare nei mei panni di donna sposata. Il cui unico problema sembra essere quello di aver dimenticato di comperare frutta e verdura per la cena.
17:50 Scritto da: lasposaperfetta | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | Tag: ventiquattro agosto, passione, donna, mani, the, donna sposata, vestito bagnato | OKNOtizie |
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