31/08/2007

ventiquattro agosto

Una volta risalita in macchina per tornare a casa, mi accorgo di aver sprecato una possibilità: avrei potuto confessare tutto a mia mamma… dirle che quella figlia con la vita così perfetta, con la casa e il marito da favola, in realtà non è altro che una patetica donnetta infelice, che rivive una vecchia storia del passato in cerca di una felicità che tanto non troverà mai. Avrei potuto gridare, piangere, liberarmi finalmente di tutto quel groviglio di emozioni che mi stritolano il cuore…

Ma non l’ho fatto.

Perché in fondo sono consapevole che riconoscere la mia colpa significherebbe anche mettere fine alla mia relazione con F…. E questo non posso permettermelo.

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30/08/2007

ventiquattro agosto

Sarà passata quasi un’ora: quando riapro gli occhi, la mia pelle è cotta dall’acqua bollente. Esco dalla vasca e mi infilo nell’accappatoio di F..

Prendo una maglietta da uno dei suoi cassetti e me la infilo lentamente. Il mio sguardo si posa sul solo portafotografia che ha appoggiato sul comò della camera da letto: è l’unica foto di tutta la casa. Ritrae lui da piccolo in piedi tra le sue due sorelle maggiori. Avrà sì e no quattro o cinque anni. In calzoncini, con le spalle dritte e gli stessi occhi vispi, furbi e maliziosi che si ritrova oggi.

Prendo in mano la cornice, con le dita segui i contorni dei suoi lineamenti da bambino e un’immagine nella mia mente si sovrappone alla sua. E’ quella del figlio che desideravo con Leonardo: gli stessi occhi verdi e profondi, gli stessi capelli scuri ricci e folti di suo padre. Le mie mani magre, ossute, con le dita lunghe: da pianista. Ma mi avrebbe chiesto di imparare a suonare la chitarra. La passione per i cavalli che gli avrebbe passato mio marito, la curiosità per il mondo e la voglia di studiare che gli avrei lasciato in eredità io. E soprattutto l’amore per i viaggi e l’incapacità di rimanere fermo, immobile su se stesso, che accomunava sia me che mio marito.

Improvvisamente il telefono sul comodino inizia a squillare. Istintivamente allungo la mano per rispondere, ma fortunatamente mi blocco. Mentre il trillo metallico dell’apparecchio continua a rimbombarmi in testa immagino che dall’altro capo del filo ci sia una delle numerose donne di F.: vuole avvisarlo che ha dimenticato da lei il palmare. O desidera invitarlo a cena e poi al cinema. O forse vuole solo passare la notte con lui e ha intenzione di dirglielo senza tanti giri di parole. Dev’essere magrissima, bionda e con le unghie laccate di rosso. Due gambe chilometriche e il cervello di un’oca: questo è il genere di donna che ho visto al suo fianco negli ultimi anni. Talmente diverse da me da farmi mangiare il fegato dalla gelosia. Ma così lontane da me da farmi illudere di essere la sua unica vera passione. Da prendere con quella cupidigia mista a dedizione che gli leggo negli occhi ogni volta che ci ritroviamo insieme. E che mi impedisce di resistergli.

Il telefono smette di suonare, ma dopo pochi minuti ricomincia. E va avanti per un’ora intera. Mi sembra di impazzire. Mi sdraio sul divano, accendo la televisione, ma non trovo nulla di interessante. Prendo uno dei suoi libri dalla libreria in legno indiano e inizio a sfogliarlo, soffermandomi sulle righe sottolineate a matita. Afferro un altro volume e mi accorgo che anche in questo alcune frasi, a volte interi paragrafi, sono evidenziati.

E mi sorprendo a pensare che forse non so poi molto di quest’uomo. Nonostante ci si conosca da così tanto tempo, nonostante si condividano emozioni, pelle e carne.

Mi viene voglia di preparare il pranzo: sbircio nel frigorifero e poi nella dispensa. Entrambi praticamente vuoti. Abbandono l’idea di cucinare: anche perchè io non sono la compagna di quest’uomo… Io sono solo una delle tante che si porta a letto. Non è mio dovere prendermi cura di lui. Non è mio dovere preoccuparmi per lui.

Guardo l’orologio: la mattina è passata. Sono quasi le due e F. non si è visto. E non si è nemmeno fatto sentire. Probabilmente anche lui, come mio marito, è troppo preso dal suo lavoro, dai suoi affari, dalla sua vita per degnarsi di avvisarmi.

Una rabbia improvvisa prende il sopravvento e mi si annebbia la vista…

Butto la maglia che indosso sulla sedia della cucina, corro in bagno e raccatto l’abito che avevo steso ad asciugare sul calorifero spento. Quando lo indosso, ancora umido, la fredda stoffa del vestito mi si appiccica al corpo, aderendo come una seconda pelle. Prendo la borsa e con le scarpe ancora in mano sbatto la porta di casa e mi chiudo in ascensore. Sento una lacrima solcarmi la guancia destra. Passo nervosamente l’indice sul viso per spegnere il pianto ancora prima del nascere.

Una volta in macchina capisco che non posso andare a casa. Non me la sento di tornare tra quelle quattro mura, anche se mio marito non c’è. Potrei scoppiare in una crisi isterica in piena regola.

Guido per un’ora senza meta, fino a quando mi ritrovo nel quartiere residenziale dove si trova la villa dei miei genitori. MI fermo, suono il campanello e la voce stanca di mio padre mi scalda il cuore.

Varco il cancello facendo un profondo respiro, nel tentativo di mandar via tutta l’amarezza che ho in cuore.

E passo le due ore seguenti davanti ad una tazza di the ad ascolate i lamenti di mia madre sui suoi acciacchi di salute, sul fatto che mio padre non le dà mai retta e che la donna di servizio non fa altro che combinare danni.

E tutto sembra tornare alla normalità: sono pronta a rientrare nei mei panni di donna sposata. Il cui unico problema sembra essere quello di aver dimenticato di comperare frutta e verdura per la cena.

 

29/08/2007

ventiquattro agosto

Esco talmente di fretta dall’androne del palazzo che non faccio in tempo ad accorgermi che sta diluviando. Lo scroscio d’acqua improvviso è così forte da farmi male: le gocce sembrano lame taglienti. E il mio cuore sanguina.

La borsa comincia a vibrare: estraggo il cellulare e sul display compare il nome di mio marito.

Che, appena rispondo, mi chiede grugnendo dove sono.

“Sono a casa”

“Ma se ho appena telefonato lì e non risponde nessuno!”

“Cioè, sì, beh… sono appena uscita. Pensavo di fare un salto dall’editore. Sai, per parlare del progetto” balbetto.

“Ah già sì. Beh, potevi avvisarmi. Guarda che per pranzo non riesco a raggiungerti, oggi. Ci vediamo stasera, d’accordo?”

“Certo. Ci vediamo stasera.”

Quando riaggancio mi accorgo che sono completamente fradicia. Capelli, abito, scarpe. E che sto tremando. Ma non per il freddo: è questa telefonata inattesa che mi ha scossa.

Rientro nell’edificio che avevo lasciato con tanta rapidità. Chiamo l’ascensore e risalgo fino all’ultimo piano.

Quando F. mi vede sulla porta faccio giusto in tempo a cogliere la sua sorpresa. Poi due mani mi tirano dentro e iniziano a spogliarmi.

“Sei un pulcino bagnato. Fradicio”

Annuisco, perdendomi nelle pagliuzze dorate di quei dannati occhi azzurri.

Quando rimango con indosso solo la biancheria afferro le sue braccia, fermandole.

“Si è fatto tardi. Devi andare al lavoro”.

“Ho ancora cinque minuti”

Fa scivolare due dita lungo l’elastico delle mie mutandine. Le abbassa fino a farmele arrivare alle ginocchia. E sento la sua mano continuare la strada verso il mio piacere, regalandomene attimi fugaci. Quando il mio respiro finalmente si calma, anche le sue dita si staccano dal mio sesso bagnato.

“Ho la giornata libera” sussurro ancora ansimando leggermente. “Se torni a pranzo posso aspettarti qui”

“D’accordo” e il suo sorriso si apre fra quelle due fossette che adoro accarezzare.

“Vedi di farti trovare nuda. Ho voglia di te.”

Le sue parole mi eccitano ancora di più. E il desiderio di averlo dentro di me mi prende come un pugno allo stomaco. Ma non glielo dico: si tratta di aspettare solo poche ore.

F. mi bacia il collo, poi scende a mordermi il seno ancora imprigionato nel reggiseno inzuppato dal temporale.

Si avvicina alla mia bocca con la sua e con voce suadente mi ripete: “Nuda, mi raccomando”.

Quando F. chiude la porta alle sua spalle, realizzo che è la prima volta che mi trovo sola nel suo mondo, in casa sua, fra le sue cose.

E un brivido mi percorre la schiena.

Mi sfilo di dosso la biancheria grondante e gironzolo per le stanze.

Vorrei curiosare un po’, ma qualcosa mi trattiene: forse la paura di scoprire cose che non voglio sapere.

Mi dirigo in bagno,apro l’acqua della vasca e mi siedo sul bordo aspettando che sia piena. Finalmente mi immergo e lavo via dalla mia pelle tutte le strane sensazioni che mi porto addosso in questi giorni.

Appoggio la testa sul bordo, chiudo gli occhi e aspetto.

28/08/2007

ventiquattro agosto

Qualche minuto prima delle otto suono il campanello dell’appartamento di F.. Apre la porta con indosso il suo solito sorrisetto malizioso e null’altro.

Lo saluto mentre supero la porta mostrandogli il sacchetto bianco che tengo in mano: “Brioches calde, appena sfornate” gli dico, baciandolo sulla guancia.

“Pensavo avremmo saltato la colazione!”

“ Ma io ho fame…”

“Ma se non sono nemmeno le otto!”

“Allora mi conosci meno di quanto credi: io appena sveglia sono sempre affamata!” spiego mordendogli l’orecchio.

“E’ vero… mi ricordo. Caffè?”

“Sì, grazie. Forte, per favore.”

F. armeggia con la macchinetta del caffè e le tazzine: il tutto ancora completamente nudo. Con una naturalezza quasi esasperante. Come se lo avesse fatto centinaia di volte con altre centinaia di donne. E la cosa mi infastidisce.

Posa il tutto sul tavolo, si siede e mi fissa dritto negli occhi. E mi sembra che mi scavi dentro: oltrepassando la carne fino a raggiungere le viscere.

“Come stai?” indaga.

“Bene, sto bene. L’editore mi ha proposto un nuovo progetto, finalmente. Vuole che curi la revisione di un paio di volumi sulla letteratura italiana per la scuola.”

“Fantastico” e lo dice senza sarcasmo.

“Sì, beh… certo confronto a quello che facevo prima, questo non è un granchè! Ma è un inizio, giusto per rientrare nel giro…”

“Giusto…”

F. continua a fissarmi. Mi mette quasi in imbarazzo: sotto al suo sguardo inquisitorio mi sento nuda. Più di lui.

Sospiro e poi butto lì, tutto d’un fiato: “Mio marito vuole un figlio: dice che adesso è pronto”.

F. rimane immobile: persino le sue lunghe ciglia scure sembrano essersi fermate per sempre.

“E quindi sei venuta a chiedermi il permesso?”

“Ma che diavolo dici, F.?”

“Cosa vuoi da me? Cosa dovrei dirti? Di non farlo? E soprattutto di non farlo con quello stronzo!?”

Non ha alzato la voce, non ha cambiato tono. Pronuncia ogni singola parola come se stesse leggendo una pagina di giornale di cui non gli importa nulla.

Sapevo che lo avrei ferito. Sapevo che ci sarebbe rimasto di stucco. E soprattutto sapevo che avrebbe finto la sua solita indifferenza. Avrebbe simulato quel distacco che in realtà non gli appartiene.

Si alza e butta la sua tazzina nel lavandino.

“Si è fatto tardi: devo prepararmi per andare al lavoro.”

Annuisco, sollevandomi lentamente dalla sedia, stancamente. Non so cosa dire.

Cerco i suoi occhi e quando finalmente li trovo vi leggo una strana incertezza.

Vorrei abbracciarlo, stringerlo forte a me e sentire le sue mani tra i miei capelli… vorrei appoggiasse le labbra sulla mia fronte, circondandomi i fianchi con le braccia.

Ma non lo fa.

Mi dirigo verso la porta: la apro e mi giro per un saluto veloce.

F. indossa già i pantaloni che giacevano sulla sedia accanto alla mia. Ha le spalle curve, con la mano strofina meccanicamente la barba da rasare.

“Non farlo...” mormora senza nemmeno guardarmi negli occhi “Sarebbe tutto finito: non rimarrebbe più nulla di noi…”

Gli sorrido tristemente, abbassando il viso. Ho gli occhi lucidi e non voglio che lo noti. Richiudo la porta alle mie spalle e scendo le scale di corsa, mentre quel noi continua a rimbombarmi in testa.

E’ la prima volta in dieci anni che lo sento parlare di un noi.

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23/08/2007

ventitre agosto

E prima di addormentarmi, questa notte, mi sono alzata lentamente dal letto. Piano, cercando di non far rumore, per non svegliare mio marito. Ho preso il cellulare dalla borsa e ho mandato un sms a F., sperando -quasi pregando- che fosse ancora sveglio.

Gli ho scritto quanto mi mancava la sua pelle e quanto desiderassi sentire le sue mani posarsi sui miei fianchi e la sua lingua insinuarsi lungo la piega dei miei seni.

Ho bevuto un bicchiere d’acqua, tenendo d’occhuo il display del cellulare. Che nel giro di pochi minuti si è messo a brillare nel buio della cucina.

Sta suonando silenziosamente. E il mio cuore inizia a ferirmi il petto col suo battito irregolare.

Rispondo chiudendomi in bagno, parlando talmente sottovoce che persino io capisco a fatica quello che dico.

“Ti voglio” gli dico di getto.

“Allora vieni qui…”

“Lo sai che non posso… Lui è di là che dorme e io non posso certo sgattaiolare fuori casa come una ladra!”

“Se venissi qui…”

Il mio fiato si fa più corto: già so cosa sta per dirmi…

“Ti slaccerei piano quella camicetta rossa che mi fa impazzire…”

Non riesco a proferire parola, non riesco a smettere di ascoltare.

La sua voce, ancora impastata dal sonno, è roca e morbida. E la sua mano, così calda, ora accarezza lentamente il mio collo, scende lungo il seno sinistro e si ferma sul mio capezzolo turgido: strizzandolo dapprima dolcemente. Poi sempre con maggior forza, fino a farmi gemere e fremere per un misto di piacere e dolore che mi toglie il respiro.

“Domani mattina mio marito dovrebbe uscire molto presto. Che dici se passassi da te prima del lavoro? Verso le otto.”

“Per fare colazione insieme?”

“No, stupido. Non per la colazione”

“”Passa.”

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ventidue agosto

Una volta a letto, ieri sera, mio marito mi ha cercata. Ma ha creduto alla versione della mia stanchezza.

In realtà non sono riuscita a chiudere occhio fino alle tre del mattino: continuavo a girarmi e rigirarmi nel letto pensando a quello che mi aveva detto in auto.

Se solo fosse successo due anni fa… Tutto ora sarebbe diverso. La mia vita, la sua.

La nostra probabilmente sarebbe una vera famiglia. Senza l’ombra di F., senza l’ombra del mio tradimento e del mio senso di colpa.

Ma mio marito due anni fa non voleva nemmeno sentirne parlare di bambini. Non aveva tempo per me: figuriamoci per crescere dei figli.

E io che avevo dovuto lasciare il lavoro che amavo così tanto per seguirlo un anno all’estero, come richiedeva la sua azienda, una volta tornata in Italia mi ritrovavo a poco più di trent’anni a fare i conti col mio desiderio frustrato di maternità, le giornate sempre troppo lunghe e vuote, e il bisogno di dare un senso alla mia vita.

Incolpando per tutto questo, più o meno inconsciamente, proprio l’uomo che avevo sposato.

 

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22/08/2007

ventuno agosto

Ieri sera ero fuori a cena con mio marito. Senza amici, senza motivo particolare. Mi aveva telefonato nel tardo pomeriggio dicendomi che gli avrebbe fatto piacere passare la serata io e lui soli in qualche posticino carino.

E’ passato a prendermi verso le venti e mi ha portato in un nuovo ristorante giamaicano. Il locale è un po’ kitch e pesantemente addobbato a festa. Ma la musica di sottofindo piacevole, il cibo speziato al punto giusto, il vino scivola in gola con allegria.

Mi parla tutta la sera del suo lavoro. Del nuovo affare in programma: se riesce a mandarlo in porto poi per un po’ potrebbe anche rilassarsi, dice. Tanto già lo so che non è vero: lui è anche convinto di quello che dice, ma in realtà… mentalmente sta già pensando all’obiettivo successivo. Non è capace di tirare il fiato. Non è capace di lasciarsi andare. Non è capace di vedere appena oltre il suo naso. Non è capace di non essere egocentrico nemmeno per un minuto.

Tratta male la cameriera, che avrà poco più di diciott’anni e quasi si mette a piangere. E solo perché ha sbagliato a portargli il caffè. Ma prima di andare raddrizza il tiro lasciandole una mancia generosa. E lei arrossendo lo ringrazia almeno cinque volte.

In auto prende tempo girovagando per le strade: di andare a casa sembra non averne voglia.

Poi di colpo, senza guardarmi negli occhi, sferra il colpo.

“D’accordo: se vuoi un figlio adesso possiamo anche provarci. La mia posizione al lavoro ormai è consolidata. Se lo vuoi ancora possiamo anche farlo”.

Ammutolisco. Sono un pezzo di marmo: mani, piedi, braccia… tutto il mio corpo è freddo, pesante e completamente inerme. Non riesco a muovere nemmeno un dito. La lingua è immobilizzata e la salivazione azzerata.