28/08/2007
ventiquattro agosto
Qualche minuto prima delle otto suono il campanello dell’appartamento di F.. Apre la porta con indosso il suo solito sorrisetto malizioso e null’altro.
Lo saluto mentre supero la porta mostrandogli il sacchetto bianco che tengo in mano: “Brioches calde, appena sfornate” gli dico, baciandolo sulla guancia.
“Pensavo avremmo saltato la colazione!”
“ Ma io ho fame…”
“Ma se non sono nemmeno le otto!”
“Allora mi conosci meno di quanto credi: io appena sveglia sono sempre affamata!” spiego mordendogli l’orecchio.
“E’ vero… mi ricordo. Caffè?”
“Sì, grazie. Forte, per favore.”
F. armeggia con la macchinetta del caffè e le tazzine: il tutto ancora completamente nudo. Con una naturalezza quasi esasperante. Come se lo avesse fatto centinaia di volte con altre centinaia di donne. E la cosa mi infastidisce.
Posa il tutto sul tavolo, si siede e mi fissa dritto negli occhi. E mi sembra che mi scavi dentro: oltrepassando la carne fino a raggiungere le viscere.
“Come stai?” indaga.
“Bene, sto bene. L’editore mi ha proposto un nuovo progetto, finalmente. Vuole che curi la revisione di un paio di volumi sulla letteratura italiana per la scuola.”
“Fantastico” e lo dice senza sarcasmo.
“Sì, beh… certo confronto a quello che facevo prima, questo non è un granchè! Ma è un inizio, giusto per rientrare nel giro…”
“Giusto…”
F. continua a fissarmi. Mi mette quasi in imbarazzo: sotto al suo sguardo inquisitorio mi sento nuda. Più di lui.
Sospiro e poi butto lì, tutto d’un fiato: “Mio marito vuole un figlio: dice che adesso è pronto”.
F. rimane immobile: persino le sue lunghe ciglia scure sembrano essersi fermate per sempre.
“E quindi sei venuta a chiedermi il permesso?”
“Ma che diavolo dici, F.?”
“Cosa vuoi da me? Cosa dovrei dirti? Di non farlo? E soprattutto di non farlo con quello stronzo!?”
Non ha alzato la voce, non ha cambiato tono. Pronuncia ogni singola parola come se stesse leggendo una pagina di giornale di cui non gli importa nulla.
Sapevo che lo avrei ferito. Sapevo che ci sarebbe rimasto di stucco. E soprattutto sapevo che avrebbe finto la sua solita indifferenza. Avrebbe simulato quel distacco che in realtà non gli appartiene.
Si alza e butta la sua tazzina nel lavandino.
“Si è fatto tardi: devo prepararmi per andare al lavoro.”
Annuisco, sollevandomi lentamente dalla sedia, stancamente. Non so cosa dire.
Cerco i suoi occhi e quando finalmente li trovo vi leggo una strana incertezza.
Vorrei abbracciarlo, stringerlo forte a me e sentire le sue mani tra i miei capelli… vorrei appoggiasse le labbra sulla mia fronte, circondandomi i fianchi con le braccia.
Ma non lo fa.
Mi dirigo verso la porta: la apro e mi giro per un saluto veloce.
F. indossa già i pantaloni che giacevano sulla sedia accanto alla mia. Ha le spalle curve, con la mano strofina meccanicamente la barba da rasare.
“Non farlo...” mormora senza nemmeno guardarmi negli occhi “Sarebbe tutto finito: non rimarrebbe più nulla di noi…”
Gli sorrido tristemente, abbassando il viso. Ho gli occhi lucidi e non voglio che lo noti. Richiudo la porta alle mie spalle e scendo le scale di corsa, mentre quel noi continua a rimbombarmi in testa.
E’ la prima volta in dieci anni che lo sento parlare di un noi.
30/07/2007
ventotto luglio
Ero davvero esasperata: mio marito è talmente preso dal suo lavoro che non si era neppure ricordato di avermi dato appuntamento in centro.
-Ci vediamo alle due al bar di fronte al mio ufficio... così beviamo il caffè insieme!- mi dice sabato mattina prima di uscire.
E io, stupida, mi faccio sette chilometri in un'auto rovente, dieci minuti buoni di ricerca per un misero parcheggio e mi metto sotto il sole ad attendere il suo arrivo.
Aspetto a chiamarlo al cellulare fino a quando i minuti di ritardo non salgono a venti.
Quando lo trovo, finalmente mi risponde che...- Ah sì, è vero... scusa, ma... mi sono dimenticato... sono a pranzo con un cliente! Ci vediamo stasera, amore. Ok? Buona giornata.
E io non faccio nemmeno in tempo a rispondergli che lui ha già riattaccato.
Di tornare a casa proprio non ne avevo voglia: e poi mi ero vestita e truccata con cura...
Al terzo squillo F. risponde con la voce ancora impastata dal sonno. E mi dice di raggiungerlo a casa sua. Non me lo faccio ripetere: salgo in auto e volo da lui.
Nonostante il caldo ho indosso un abitino super aderente. Blu scuro. Elegante, ma sensuale quanto basta.
F. quasi non mi saluta: è troppo impeganto a cercare la lampo del vestito. Quando la trova me la slaccia così lentamente da farmi impazzire. Me lo sfila.
Faccio per togliere le scarpe nuove, dal tacco decisamente alto. Ma con voce ferma mi ordina di tenerle.
Passa la lingua nell'incavo del mio collo.
Alza la musica dello stereo.
E mi prende sul tappeto del soggiorno, sulle note di Edith Piaf.
17:15 Scritto da: lasposaperfetta | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: lavoro, appuntamento, ufficio, caffè, bar, cellulare, ritardo | OKNOtizie |
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