23/10/2007

dodici settembre

Lampi, mentre guido verso casa.

Frammenti. Attimi.

Lui in boxer che mi apre la porta di casa. A piedi scalzi.

Lui che mi bacia il collo.

Lo stereo già acceso sulle note dei Rolling Stones.

Cartoni di pizza in cucina, una bottiglia di vino sul tavolino del soggiorno.

Bicchieri. Forse tre. No, due.

Lui che mi tiene per i fianchi e mi porta subito in camera.

Il letto sfatto.

Lui che mi spoglia lentamente. Lui che mi assapora le spalle nude.

Le lenzuola calde.

L’orologio già abbandonato sul comodino, per non graffiarmi. Per non graffiare nemmeno l’altra. Quella prima di me, quella che forse ha cacciato via in tutta fretta, con una scusa qualsiasi. 

Un conato di nausea mi assale mentre mi fermo ad un semaforo rosso. Abbasso il finestrino dell’auto, inspiro l’aria della notte.

L’orologio del cruscotto segna le due.

E’ tardi. Sono stanca.

Giocherello con le perle della collana. Scatta il verde e riparto veloce verso casa.

Le luci sono spente, il soggiorno è illuminato solo dalla televisione accesa. Leonardo è seduto sul divano. La testa leggermente all’indietro, la camicia slacciata sul petto. Il respiro pesante. Sul tavolino, accanto alla carta da regalo che impacchettava il dono di F., il suo cellulare. Sul display lampeggia una piccola busta: il messaggio in cui lo avvisavo che avrei passato la serata con un’amica. Leonardo si è addormentato senza nemmeno leggerlo.

 

15/10/2007

undici settembre

Prima di entrare in casa mi premuro di nascondere in borsa il pacchetto che mi ha lasciato F. poco fa.

Ma non appena apro la porta d’ingresso mi rendo conto di quanto sia inutile un tale gesto: il silenzio che mi investe di colpo mi attanaglia la gola. E quel groppo non vuole andarsene nemmeno mentre ascolto i messaggi in segreteria: Leonardo farà tardi anche stasera. E’ inutile aspettarlo. Sono stufa di attendere un fantasma.

Butto lontano le scarpe, scalza riempio la ciotola di Clementina che subito corre a strofinarsi lungo le mie caviglie. Mi verso un bicchiere di vino, recupero il regalo che fa capolino dalla mia borsa e, esausta, mi lascio cadere sul divano.

Allungo le gambe nude sul tavolino davanti a me e appoggio la scatola sulle cosce. La rimiro sorseggiando lentamente il nettare rosso.

E’ la prima volta che F. mi dona qualcosa. Ho paura di scartare la confezione.

Mando giù l’ultimo lungo sorso di vino, inspiro a fondo e strappo la carta azzurrina. E rimango senza fiato.

Mi ritrovo tra le mani una copia del libro che cercavo da settimane. Quel libro talmente sconosciuto da essere impossibile trovare. Quello stesso libro che Leonardo mi aveva regalato di ritorno dal suo viaggio a Roma, perché in un attacco notturno di fame aveva letto l’appunto che avevo lasciato sul frigo.

Le mani tremano e il volume cade rumorosamente a terra, aprendosi sulla prima pagina. Da dove una riga di inchiostro rosso attira la mia attenzione.

L’amore lo si patisce. Ma più lo si patisce con dedizione più ci rende forti. H. Hesse.

 

La scrittura è nervosa, lunga e dritta come le sue dita ossute e affusolate. Quelle dita che vorrei sentire accarezzare la curva del mio collo.

Afferro il telefono al volo. Digito freneticamente quel numero. Al secondo squillo sento la sua voce.

“Devo vederti. Vengo da te.”

Non aspetto risposta. Lascio il bicchiere sporco sul tavolino, la carta da regalo appallottolata sul pavimento. Infilo le scarpe e mi precipito all’auto.

Avrei dovuto prendere un golfino da buttare sulle spalle: l’aria è davvero fresca, ora. Ma, con le guance rosse dall’emozione e dal vino, io non me ne accorgo nemmeno.

 

08/10/2007

undici settembre

Finito l’incontro, mi metto subito al volante della mia auto e mi avvio verso casa. Dall’autoradio suona un vecchio cd di Eric Clapton, forse dimenticato da Leonardo.

Mi perdo nelle viuzze apparentemente tutte uguali che circondano la casa editrice, mentre ripenso alle innumerevoli menzogne dette in questi ultimi anni. A mio marito, alla mia famiglia, persino alle mie amiche. Con vergogna, ma senza pudore. Logorata dai sensi di colpa, ma solo dopo aver saziato il febbrile bisogno della voce di F., delle sue mani sul mio viso, dei suoi baci sul mio collo, delle sue parole sussurrate nelle orecchie. Del desiderio di credergli. Della ricerca di un qualcosa di più oltre alla mia rassicurante e scialba quotidianeità.

Abbasso il finestrino, lasciando entrare l’aria frizzante del finire del giorno. Sciolgo i capelli, raccolti in una rigida coda di cavallo: mi solleticano nello sfiorarmi le spalle. E finalmente ritrovo la strada di casa. Canticchio a bassa voce, seguendo la melodia.

Quando in lontananza lo vedo. Riconoscerei quella sagoma anche al buio. Scuoto la testa, sbatto le palpebre. E lui è ancora lì. Davanti al mio portone, appoggia le spalle al muro di cinta. E’ stranamente elegante.

Percorro gli ultimi metri col fiato sospeso. Accosto la macchina al marciapiede, abbasso il finestrino.

“Che diavolo ci fai qui, F.?” lo apostrofo bruscamente. Vorrei baciarlo.

“Devo parlarti”

Gli ordino di salire subito in auto. Vorrei che mi baciasse.

Riparto velocemente. Attraverso il quartiere senza guardarlo.

Io non apro bocca, lui non dice nulla. Il nostro solito, consueto silenzio: carico e denso. Mai imbarazzante.

Dopo un paio di chilometri, decido di fermarmi. Parcheggio al riparo da occhi indiscreti, poco distante da un parco giochi quasi deserto. Riesco a scorgere solo un anziano che porta a passeggio un minuscolo cane nero e una coppietta intenta a scambiarsi tenerezze su una panchina non abbastanza appartata.

“I patti erano che non ti saresti mai presentato a casa mia senza avvisarmi, F.!”

“Lo so. Ma avevo bisogno di parlarti.”

“E per dirmi cosa?”

“E’ troppo tempo che non ci vediamo, scricciolo”

Vorrei urlargli che è tutta colpa sua: è lui che si fa aspettare, è lui che rimanda gli incontri, è lui che non sfrutta ogni nostro istante. E’ lui che butta via il nostro tempo insieme ad altre stupide donne.

Ma non riesco. Forse nemmeno voglio.

E finalmente quel peso che grava da settimane al centro dello sterno sembra sciogliersi. La rabbia si sfoga in quell’unica lacrima che scende a tradimento dall’occhio destro.

F. la asciuga dolcemente con le labbra rosse, prima che rotoli fino alla mia bocca. Un brivido mi attraversa la spina dorsale.

Mi bacia di nuovo le guance, il naso, la fronte. Sempre più avidamente. La pelle brucia e una morsa mi stritola lo stomaco.

Blocco le sue mani insistenti sotto la camicetta prima che possano raggiungere i miei seni. Mi allontano lentamente. Lo guardo fisso negli occhi.

“Che c’è?” chiede disegnando con due dita il profilo del mio volto.

“Non ora. Non qui.”

“Non riesco ad aspettare”

Scuoto le spalle, abbasso gli occhi e penso tristemente che io, invece, sono talmente abituata ad aspettare….

Ma non lo dico.

I rinticchi di un campanile mi ricordano che è ora di cena.

“Devo andare, F.”

“Quando ci vediamo?”

“Presto”

“Allora mi hai perdonato, eh?” chiede sorridendo divertito.

“Ho altra scelta?” e nel pronunciare le parole mi accorgo di quanto suonino stonate. Un sapore amaro mi scalda la gola. Un velo grigio mi attraversa gli occhi.

F. non se ne accorge.

“Dài, scendi… sono davvero in ritado.”

“Mi lasci qui?” domanda ridacchiando.

Annuisco sbrigativa. E sento solo voglia di fuggire.

F. esce dall’abitacolo, chiude lo sportello e si appoggia con i gomiti al finestrino abbassato. Prova a dire qualcosa, ma poi lascia perdere. Con una mano estrae un pacchetto mal confezionato dalla tasca della giacca del completo grigio.

Lo lancia sul sedile vuoto accanto a me.

“E’ per te”

“Di che si tratta?”

“E’ solo un regalo.”

“Grazie, ma…”

“Adesso vai: aprilo dopo con calma” ribatte staccandosi dall’auto “Non vorrei facessi troppo tardi” aggiunge sarcastico.

Volta le spalle e si allontana.

Giro le chiavi, ingrano la marcia e mi dirigo verso casa. Eric Clapton mi accompagna ancora lungo il tragitto. Ma io non canticchio più.

05/10/2007

undici settembre

Mi avvicino alla scrivania della segretaria, chiedendo gentilmente se per caso l’editore avesse lasciato detto verso che ora sarebbe arrivato.

“E come può saperlo… Le riunioni con i soci sono sempre una sorpresa: tra litigi, scenate isteriche…” la ragazza bionda vestita alla perfezione si blocca di colpo, accorgendosi di aver detto più del dovuto. Fingo un sorriso di circostanza e armata di pazienza, torno sulla mia seggiolina rossa. Liscio il bordo della gonna.

Il giorno dopo quella festa di tre anni fa, mi ritrovavo in un'altra sala d’attesa. Avevo accompagnato mia madre ad una visita specialistica e sedute su due poltrone di dura pelle marrone aspettavamo nervosamente il nostro turno. Quando mi accorgo che la borsa, appoggiata diligentemente sulle mie ginocchia, sta vibrando.

Non riconosco il numero sul display. Ma il cuore inizia a battere forte.

“Pronto?”

“Ciao scricciolo, sono…”

“Lo so benissimo chi sei” lo interrompo con voce tremante, alzandomi di scatto.

Mi allontano di qualche passo da mia madre, che mi guarda con aria interrogativa.

“Non posso parlare, ora, F.: non è il momento adatto… Scusami…” mormoro confusamente.

“Dai, scricciolo, lo so che un minuto per me ce l’hai sempre…”

Lo immagino sorridere all’altro capo del telefono. E vedo le due fossette che gli si creano agli angoli della bocca. E gli occhi illuminarsi di una miriade di pagliuzze dorate.

“Che ne dici se ci vediamo più tardi?” continua con fare deciso.

Non riesco a proferire parola: la bocca è asciutta, le dita gelate, le gambe immobilizzate. Anche se forse stanno per cedere. Il mio silenzio non lo intimorisce: ha capito che non posso fuggire.

“Dove?” bisbiglio appena.

“Vieni da me dopo le sei.”

Termino la telefonata. Le mani tremano.

Torno a sedere di fianco a mia madre, che non prende tempo per chiedermi chi fosse.

“Niente di importante. Una vecchia amica…” farfuglio, evitando il suo sguardo.

La mia prima menzogna.

“E cosa voleva?”

“Oh, beh… sta organizzando una sorta di rimpatriata tra ragazze” dico ostentando una sicurezza che non possiedo.

Ecco la seconda.

“Si tratta del gruppo di studio dell’università.” aggiungo sicura “ E’ passata solo una manciata d’anni, eppure mi sembra una vita fa… Sì, ho proprio voglia di rivedere le ragazze!”

E mi meraviglio della facilità con cui lascio uscire dalle labbra anche la mia terza bugia.

“Eccomi! Scusi se l’ho fatta aspettare, ma… queste riunioni con i soci si sa quando iniziano e mai quando finiscono!” precisa venendomi incontro l’uomo con cui ho appuntamento per discutere di un progetto a cui non tengo molto. Ma che potrebbe aprirmi nuove possibilità.

Grata per l’interruzione forzata di quei ricordi, sorrido porgendo la mano al mio editore. Che ricordavo meno stempiato.

01/10/2007

undici settembre

Fra meno di un’ora ho appuntamento con il mio editore e sono già in ritardo. Chiudo frettolosamente la cerniera della gonna a tubo, infilo la camicetta di seta rosa carne.

E, mentre allaccio l’ultimo bottone, mi torna prepotentemente alla mente l’immagine di F. con quell’altra donna.

Respiro profondamente, dandomi della sciocca.

Propendo per i tacchi alti, scegliendo un paio di costose decollete nere, regalatemi da Leonardo lo scorso Natale.

Mi guardo allo specchio e mi scopro a sorridere nel pensare che mia madre, in ghingheri anche per andare al supermercato, come se fosse sempre giorno di festa, approverebbe le mie scelte. Almeno in fatto di abbigliamento.

Prendo la borsa, afferro al volo le chiavi della macchina ed esco velocemente di casa, pronta a buttarmi nel traffico milanese di un banale martedì mattina.

Giunta allo studio, la segretaria mi annuncia con finto rammarico che l’editore è in ritardo. E mi invita ad accomodarmi in sala d’aspetto.

Non faccio in tempo a sedermi su una di quelle scomodissime poltroncine di plastica rossa che squilla il cellulare. Appena leggo il suo nome sul display la vista mi si annebbia. La segretaria, fissandomi infastidita dalla suoneria del mio telefonino, sbuffa rumorosamente. Mi affretto a rispondere.

“Non potevi scegliere momento peggiore!” lo apostrofo crudamente.

“Ehi, scricciolo, che succede? Sei di malumore?”

“Succede che non ho voglia di parlare con te!”

“Lo so, non m i sono più fatto sentire…”

“Veramente mi hai mollata a casa tua ad aspettarti… senza degnarti di avvisare che non saresti più tornato!”

“Hai ragione… Scusa. Ma quel giorno al lavoro ero troppo preso…”

Le sue parole mi rimbombano nella testa: hanno un suono troppo familiare per poter uscire dalla bocca di F..

“Certo, certo” taglio corto. “Ora però sono io a non avere tempo.”

“Dai, scricciolo, lo so che un minuto per me ce l’hai sempre…” sussurra in tono dolce, carezzevole.

“Mi spiace, F., ma è meglio sentirsi in un momento migliore. Ciao” e riaggancio il cellulare prima che possa convincermi a cedere alle sue chiacchiere lusinghiere.

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