26/09/2007

due settembre

Durante tuto il tragitto dalla festa a casa, mio marito non mi chiese spiegazioni. Semplicemente non mi rivolse la parola.

Quella notte non chiusi occhio: continuavo a sentire sulla pelle l’incontro di qualche ora prima. E non smettevo di domandarmi se F. mi avrebbe davvero cercata. Non ci vedevamo da anni, non sapevo più nulla di lui. Era la prima volta che ci incontravamo da quando mi ero sposata.

Avrei voluto dirgli tutto e niente.

Avrei dovuto non vederlo mai più.

Avrei voluto raccontargli di me con finta indifferenza e poi assaporare dalle sue labbra gli ultimi anni della sua vita.

Avrei dovuto tenerlo lontano perché troppo pericoloso.

Avrei voluto ricominciare a fumare, levandogli di mano la sigaretta e aspirando avidamente.

Avrei dovuto guardare il mio anulare sinistro e la fede leggermente rovinata che luccicava.

Avrei voluto lasciarmi andare, avrei dovuto chiudere.

Ma quella scossa elettrica provocata dal fugace contatto col suo corpo non mi lasciava scelta. Sapevo cosa avrei dovuto fare, ma sapevo che non lo avrei fatto.

“Io vado a letto, sono stanco. Ti aspetto in camera.” grida mio marito dal soggiorno, facendomi sobbalzare sulla sedia.

“Adesso vengo anch’io.”

Sento Leonardo spegnere la tv e i suoi passi pesanti allontanarsi. Immagino la sua figura snella leggermente curva, le occhiaie sul viso, i capelli arruffati. E mi viene da sorridere di tenerezza. Anche Clementina mi fa capire che vuole andare a dormire: la prendo in braccio, le accarezzo il muso. Entriamo in casa, l’adagio sul suo cuscino ai piedi del letto.

Mi infilo sotto le lenzuola; tolgo gli occhiali a Leonardo che, già addormentato, si è dimenticato di levarsi dal volto affaticato. Si lamenta debolmente nel sonno e si gira sul lato destro, dandomi la schiena.

Spengo la luce, per non essere costretta a vedere il suo dorso. E mi preparo all’ennesima notte insonne.

24/09/2007

due settembre

E’ sera tardi, ma il caldo di questa fine estate è ancora insopportabile. E io cerco refrigerio nella seppur tiepida brezza del portico. Lasciando mio marito solo in soggiorno alle prese con una delle sue adorate trasmissioni politiche, mi rifugio sulla enorme poltrona in vimini appena fuori dalla cucina con il libro regalatomi da Leonardo sulle ginocchia. L’aria è silenziosa, la notte quieta. Eppure io fatico a concentrarmi sulle pagine lucide e sono costretta a rileggere le stesse frasi diverse volte. Il mio pensiero vola continuamente a F., che non vedo ormai da giorni. Che non sento da settimane.

Chiudo il volume, mi sistemo il cuscino dietro la schiena, socchiudo gli occhi.

E di colpo mi rivedo a quella festa, nel giugno di tre anni fa. In quel tubino rosso. Con i capelli sciolti sulle spalle dorate da una leggera abbronzatura. Allegra, quasi euforica: forse aiutata anche da un bicchiere di vino rosso di troppo.

Mi gira un po’ la testa: lascio mio marito e il gruppo di amici a cui sta raccontando dei suoi successi lavorativi ottenuti all’estero per cercare la toilette.

Ed è proprio lungo quello stretto, troppo stretto corridoio, che lo incontro. Dopo anni, mi trovo con il viso di F. a pochi centimetri dal mio. I nostri occhi si incontrano e il mio corpo tradisce un sussulto. La sua mano sfiora il mio braccio nudo e un brivido mi attraversa la schiena. Il suo volto si apre in un sorriso sincero e le gambe sembrano cedermi.

“F.” la voce, tradendomi, suona troppo stridula “come… come stai?”

“Quand’è che sei tornata?”

“Cosa ci fai qui? Da quando frequenti questa gente?”

“Sei con lui?”

Annuisco. Con due dita mi solleva il mento e pianta i suoi occhi nei miei. Il contatto con la sua mano calda mi pietrifica. Vorrei scappare lontano, ma i miei piedi sono ancorati a terra e non riesco a muovere un passo. Il silenzio sceso su di noi è talmente denso da appiccicarmisi addosso.

F. si china verso di me, sussurrandomi all’orecchio “Sei sempre bellissima”. E scorgo oltre la sua spalla mio marito in lontananza che ci sta fissando, con il bicchiere in mano. Mi allontano di scatto.

“E ancora più sexy di quanto ricordassi!” continua F. squadrandomi dalla testa a piedi con quel suo sguardo provocante.

La mia bocca è asciutta, la mente annebbiata. Vorrei dire qualcosa, ma le mie labbra non articolano alcuna parola.

Sento una voce femminile chiamarlo, F. fa cenno con la mano di aspettare.

“Che ne dici se ti chiamo, uno di questi giorni, scricciolo?”

Si ricorda ancora il nomignolo con cui mi chiamava da ragazzina. E quel cuore da adolescente sembra volermi uscire dal petto.

“Tu ed io non abbiamo bisogno di queste finte frasi di circostanza, F., non credi?”

“Io dico sul serio: ti chiamo domani.”

“Perché?” chiedo tremante.

“Perché voglio rivederti. Da soli.”

“Allora, ce ne andiamo? Qui è un mortorio!” gracchia una ragazza bionda e mezza nuda, tirando F. per un braccio.

“Sì, sì, andiamo” replica lui, senza distogliere lo sguardo da me.

“A domani” dice sicuro, allontanandosi mentre si accende una sigaretta.

23/09/2007

ventinove agosto

“Ehi, ma che cos’è questo?”

“Cosa?” mi grida Leonardo dal soggiorno.

“Questo pacchetto che c’è sul letto!”

“Ah, è un regalo per te. Aprilo…

Un regalo per me. Durante i primi mesi di matrimonio al ritorno da ognuna delle numerosissime trasferte Leonardo mi portava sempre a casa un pensiero: quasi a doversi giustificare della sua assenza. Non erano mai oggetti costosi. Ma si trattava sempre di qualcosa di significativo: cercato appositamente per me, pensato e sentito col cuore. E ogni volta che mio marito rientrava dai suoi viaggi io non vedevo l’ora, come una bambina il giorno di Natale, di strappare la carta del pacchetto per scoprirne il contenuto.

Poi nel corso del tempo passò ai doni lussuosi, a volte addirittura sfarzosi. Ma nessuna di quelle splendide sorprese dispendiose era mai riuscita a placare il malcontento che serbavo in cuore per il sempre maggior tempo che mi costringeva a trascorrere senza di lui.

Infine Leonardo smise del tutto di tornare dai suoi frequenti viaggi con alcun tipo di regalo: lui aveva perso interesse nel farmeli e io nel riceverli. Ed entrambi lo sapevamo.

E ora, con grande sorpresa, mi trovo tra le mani questo pacchetto di carta blu, avvolto in un nastro argento.

Mi siedo sul bordo del letto, prendo la confezione, la giro e rigiro tra le mani. Penso che dovrei andare ad aprirlo in sala, davanti a mio marito. Ma sento che Leonardo è al telefono, impegnato in una conversazione di lavoro.

Decido di scartare l’involucro e mi ritrovo a fissare sbalordita l’ultimo libro di quell’autore semisconosciuto che mi appassiona da sempre.

Stupefatta corro in salotto. Mi siedo sul divano aspettando pazientemente che Leonardo finisca la sua telefonata. Quando finalmente aggancia l’apprarecchio, gli chiedo entusiasta: “Come facevi a sapere che mi interessava questo testo? Pensa che non l’ho trovato in nessuna libreria della città: l’autore è troppo poco noto!”

“Avevo letto l’appunto che hai attaccato sullo sportello del frigorifero: c’è segnato titolo e autore… immaginavo fossi interessata. E l’ho scovato proprio nel negozio di fianco al mio hotel.”

“Oh, grazie.” gli dico cercando il suo sguardo. Ma i suoi occhi sono persi su dei plichi di documenti appoggiati sul tavolo.

“Grazie, Leonardo. Sei un tesoro” ripeto alzandomi e uscendo dalla stanza.

Giunta in bagno, apro il rubinetto della vasca, verso del bagnoschiuma profumato e lascio scorrere il getto. Mi siedo sul bordo ad aspettare che sia piena, giocherellando con la schiuma formatasi. Poi levo la camicia di mio marito che avevo indossato in fretta giusto per coprirmi e mi immergo nell’acqua bollente.

“Ma non avevi già fatto la doccia con me?” chiede Leonardo, facendo capolino con la testa dalla porta del bagno.

Sorrido senza rispondergli.

“Io devo fare un salto in ufficio”

“Ma è già ora di cena” protesto debolmente, immaginando già la sua risposta.

“Mi sbrigo il prima possibile. Ma tu non aspettarmi: se hai fame, mangia pure. Io mi arrangio da solo quando torno.”

“Come vuoi”.

Leonardo mi viene incontro, si abbassa sulla vasca e mi stampa un bacio fugace sulla fronte.

E tutto rientra nella quotidiana normalità.

21/09/2007

ventinove agosto

Entro in casa, butto chiavi e borsa sulla consolle all’ingresso. Clementina mi viene incontro e miagolando si struscia dolcemente contro le mie gambe. Mi lascio cadere sulla poltroncina di fianco al mio adorato pianoforte a coda, prendo fra le braccia la gatta e me la poggio sulle gambe. Slaccio il cinturino delle scarpe che non mi danno pace e inizio a massaggiarmi lentamente le caviglie, poggiando le testa alla spalliera della sedia.

Chiudo gli occhi, nel vano tentativo di liberare la mente dal turbinio continuo dei miei pensieri troppo assordanti, quando sento l’acqua scorrrere nel bagno del piano di sopra. Salgo lentamente le scale, leggermente in apprensione.

Apro la porta e trovo mio marito intento a canticchiare sotto la doccia.

“Leo, ma che ci fai qui?”

“Sono tornato da Roma un giorno prima”

“E perché non mi hai avvisato? Mi hai fatto quasi spaventare!”

“Beh, volevo farti una sorpresa… o magari beccarti con l’amante!” dice ridendo, mentre mi fa l’occhiolino.

Deglutisco a fatica. E ripenso a tutte le ultime trasferte di Leonardo: quando io e F. non sprecavamo nemmeno un minuto del tempo a disposizione. Erano giorni passati a consumarci uno dentro l’altro, con la smania di due sedicenni. Ma erano soprattutto le notti che finalmente potevo trascorrere addormentata tra le sue braccia a lasciare un segno indelebile sulla mia pelle. Questa volta, invece, è andata diversamente.

“Ehi, che ne dici di fare una doccia?” mi chiede mio marito con fare malizioso.

“Ma veramente….” tentenno, senza sapere cosa rispondere.

Ma Leonardo mi ha già attirata a sé, bagnandmi la maglietta. Me la sfila. Scherzosamente cerco di resistergli, poi arrendevole poggio la testa sul suo petto così familiare. Mi slaccia la cerniera della gonna, che scivola a terra. E mi trascina delicatamente sotto il getto dell’acqua. Fatica con il gancio del reggiseno, mi toglie voracemente lo slip.

Mi bacia l’orecchio e poi scende lentamente lungo il collo. Le sue mani frementi mi accarezzano i fianchi, la schiena, i seni. Chiudo gli occhi.

E le labbra carnose di F. sembrano bruciarmi la pelle, le sue dita affusolate marchiarmi la carne.

Riapro di scatto gli occhi e vedo la bocca di Leonardo cercare avidamente la mia.

Il suo corpo e quello di F. si confondono. Mi confondono. Il groppo in gola si scioglie in un pianto silenzioso: alzo il viso verso il rubunetto e mi lascio inondare dallo scroscio dell’acqua. Stringo forte le braccia intorno al collo di mio marito. Leonardo mi appoggia al muro freddo, mi solleva senza sforzo. E mi prende vigorosamente, mentre senza accorgermene gli conficco le unghie nella schiena.

19/09/2007

ventinove agosto

Mentre cammino per strada la mia mente non mi dà tregua e torna continuamente a perdersi tra le pagliuzze irridescenti di quegli occhi blu.

Forse ho visto male, forse l’ho scambiato per qualcun altro. Il mondo è pieno di uomini come F..

Forse le mani bianche e lunghe,delicate e quasi femminili che accarezzavano il volto di quella donna non erano le sue. Le sue sono quelle che febbrili indugiano lungo la linea fra i miei seni.

E forse la risata contagiosa da bambino viziato che ha dedicato a quell’altra non era la sua. La sua è quella che preannuncia la voglia incontenibile e irrefrenabile di farmi sua.

Provo a guardare dritto davanti a me, ma la strada sembra liquefarsi dietro il velo di lacrime che trattengo a stento. Ogni mio passo è sempre più incerto: mi sembra di galleggiare a fatica tra flutti che mi trascinano sul fondo.

E mi torna in mente F. che mi aspetta all’uscita da scuola.

F. che attende dietro l’angolo di casa che l’auto di mio marito lasci la via.

F. che prende la mia verginità nella minuscola cameretta che divide col fratello, in un assolato pomeriggio di maggio, dopo che la madre è uscita per andare a lavorare.

F. che invade il mio matrimonio ancora sull’ascensore che dovrebbe portarci alla sua disordinata mansarda da single incallito.

F. che chiama a casa dei miei genitori tutti i giorni sembre ubriaco e strafatto, nel vano tentativo di dimenticare la morte improvvisa del padre, mandando su tutte le furie il mio di padre.

F. che non mi cerca per giorni, lasciandomi sfinire dall’attesa.

Respiro a fatica. Rallento il passo, fino a fermarmi. Appoggio le spalle al muro di un palazzo signorile del centro. E di colpo tutte le bugie dette a Leonardo sembrano colpormi violentemente in pieno volto. Tutte quelle menzogne, quei sotterfugi. Tutte quelle macchie nella nostra vita così apparentemente perfetta.

E le lacrime rotolano impunite lungo le mie guance, cancellando il fondotinta e la mia dignità. Vorrei solo silenzio e pace e tranquillità,ma la mia mente è un fiume in piena e le immagini continuano a sovrapporsi l’una sull’altra, in un vortice doloroso.

Leonardo ancora ragazzo che mi porta via a F. come un trofeo di caccia.

Leonardo che vuole un figlio.

Leonardo che impettito nel suo abito scuro mi giura fedeltà eterna, chiedendomi di costruire una famiglia insieme mentre poggia la mano sulla mia durante il taglio della torta.

Leonardo che mi confina all’ultimo posto. Sul ripiano più alto della libreria, dove si dimenticano i volumi che non si andranno mai a cercare.

Leonardo che non sospetta nulla.

Il suonare assordante di un campanile mi ridesta imrpovvisamente. Asciugo le lacrime, guardo il mio volto sfatto riflesso nella vetrina della cartoleria dietro l’angolo. Sistemo l’orlo della gonna.

Alzo gli occhi verso il sole che ancora troneggia in cielo, rendendo l’afa insopportabile. Spero, mormorando, in un temporale che si porti via il caldo, il senso di colpa, e il desiderio struggente delle braccia di F..

E affretto il passo.

17/09/2007

tornerò

torno il prima possibile...

13:20 Scritto da: lasposaperfetta | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

05/09/2007

ventotto agosto

Passeggiando per le vie della città, mi ritrovo davanti al bar in cui mi F. mi aveva dato appuntamento qualche giorno fa. Entro e mi siedo allo stesso tavolino che avevo condiviso con lui. Non lo sento più dalla mattina che ero passata a casa sua per colazione.

Ordino un the verde, estraggo dalla borsa il libro che sto leggendo e provo a concentrarmi sulla pagina sgualcita.

 

Anche tu sei l’amore.

 

Sei di sangue e di terra come gli altri.

 

Cammini come chi non si stacca dalla porta di casa.

 

Guardi come chi attende e non vede.

 

Sei terra che dolora e che tace. Hai sussulti e stanchezze, hai parole – cammini in attesa.

 

L’amore è il tuo sangue – non altro.

 

Cesare Pavese

 

 

I pensieri si affollano nella mia mente, il cuore è in tumulto. Sono giorni che mi sembra che mi manchi la terra da sotto i piedi. Stringo forte il bicchiere che ho davanti, quasi a volerlo frantumare. Mi aggrappo alla copertina del libro che ho fra le mani, quasi a volerla far diventare un tutt’uno con me: cerco un contatto con la realtà.

Lo squillo del cellulare mi fa sussultare. Cerco freneticamente il telefono all’interno della borsa, sempre troppo grande, troppo ingombra di cose inutili, troppo pesante per le mie spalle. Ogni volta che esco di casa sembra che debba portare con me tutto il mio mondo di orpelli inutili per non affogare nel resto del mondo.

“Pronto?”

“Ciao amore. Dove sei?”

“In centro, sto facendo colazione. Come va il lavoro, lì a Roma?”

“Tutto bene. Sono parecchio indaffarato, come al solito. Ma sembra non ci siano intoppi per il contratto.”

“E Roma è bellissima come sempre?”

“Ho talmente tanto da fare che non ho nemmeno avuto il tempo di fare una passeggiata… Però pensavo che potremmo venirci tu ed io per un week-end… anche per lavorare a quel progetto…” la voce di mio marito si fa maliziosa.

Fingo di non capire.

“Non mi hai più detto cosa ne pensi… Sei ancora decisa ad avere un figlio? Un bambino nostro, con le tue lentiggini... e il mio fiuto per gli affari!” dice ridacchiando. E immagino il suo sorriso abbozzato.

Quasi non riconosco il tono dolce e morbido di mio marito. Non sembra nemmeno lui.

Mi mancano le parole, mi manca persino il respiro. Forse dentro questo bar fa troppo caldo, o forse l’abito che indosso è troppo stretto. Probabilmente mi manca semplicemente il coraggio di chiedere a me stessa che cosa voglio dalla mia vita.

Cerco una scusa qualunque per cambiare discorso, saluto in fretta Leonardo e chiudo la telefonata.

Mi ritrovo a fissare nel vuoto fuori dal locale, oltre la vetrina sporca.

Quando riconosco una camminata sciolta, disinvolta. Attraente.

E’ un uomo alto, magro. Accompagnato da una ragazza decisamente bella.

Ridono divertiti, lui le accarezza i capelli, poi le cinge le spalle con un braccio. Lei gli sorride, fissandolo dritto negli occhi. In quegli occhi azzurri che dalla mia posizione non riesco a incrociare, ma che conosco così bene da non poter dimenticare.

Anche tu sei l’amore.

 

Sei di sangue e di terra come gli altri.

 

Cammini come chi non si stacca dalla porta di casa.

 

Guardi come chi attende e non vede.

 

Sei terra che dolora e che tace.

 

Hai sussulti e stanchezze, hai parole – cammini in attesa.

 

L’amore è il tuo sangue – non altro.

 

 

14:50 Scritto da: lasposaperfetta | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | Tag: amore, cesare pavese, bar, colazione, the verde, marito, figli | OKNOtizie |  Facebook

Tutti gli articoli