30/01/2009

...

così tanti cambiamenti nella vita della sposa perfetta... così poca voglia di raccontarsi.

a volte mi sembra di essere completamente vuota, arida. senza nulla da dire. peggio: nulla da dare.

ma poi penso che la vita è anche questo.

un lungo silenzio da saper riempire: con le parole giuste, con le esperienze giuste, soprattutto con le persone giuste.

ah, se è difficile.

ah, se è bellissimo...

30/07/2008

...

so che manco da tempo

e so che qualcuno mi aspetta

mi fa immenso piacere avere lasciato un piccolo segno nella vita di qualcuno

 

non so ancora quando tornerò:

non ho voglia di raccontare, non ho voglia di raccontarmi

proprio non me la sento

 

 

 

 

 

26/05/2008

***

mi dispiace non scrivere più da mesi su questo blog.

ma a volte è meglio vivere la vita senza fermarsi a rifletterci troppo sopra

e questa sorta di diario on line mi costringe, invece, a farlo.

 

credo che appena saro' riuscita a mettere a tacere lo scompiglio che ho nel cuore

tornerò.

 

un carissinmo saluto a davide e sbalestrata...

25/03/2008

torno

torno il prima possibile

 

buona primavera

16/01/2008

dodici dicembre

Aggiungo le olive nere al sugo che borbotta sul fuoco. Mescolo la pasta, spengo il fuoco. E’ pronta: verso tutto il contenuto della pentola nell’unico piatto. Mi volto e mi dirigo verso il tavolo da pranzo.

Ma poi me ne accorgo: un solo bicchiere, un solo tovagliolo, una sola forchetta, un solo coltello.

Anche questa sera Leonardo non c’è.

E una mano pallida e tremante getta il piatto contro il muro. Una macchia rossa contro il bianco candido della parete, mille frammenti a terra. E un braccio stanco e nervoso butta a terra tutto quello che giace inerme sulla tovaglia.

Clementina, acciambellata su una sedia, scappa miagolando a nascondersi in bagno.

Questa casa mi soffoca: mi manca il fiato. Infilo la giacca e mi getto sulla porta.

Esco di corsa, ho bisogno di respirare. Ho bisogno di camminare. Ho bisogno di occhi che mi vedano, di labbra che mi parlino, di mani che mi tocchino. So cosa mi serve, so cosa voglio. So chi mi serve, so chi voglio.

Mi allontano un paio di isolati dal mio, quasi correndo raggiungo la vecchia cabina del telefono e lo chiamo.

Gli ordino feroce di venirmi a prendere, non mi interessa se è a cena dai suoi.

“Io cancello il mondo, il mio mondo, per te! Ora tocca a te, F.: dimentica la tua vita. Abbandonala e raggiungimi subito!” urlo nella cornetta.

Nel giro di una manciata di minuti, ferma la sua automobile davanti ai miei piedi. Che sono rimasti immobili nelle vecchie scarpe da ginnastica incollati a questo dannato marciapiede, impedendomi di correre sotto qualche tettoia per ripararmi dal temporale che imperversa ormai da ore.

Apre la mia portiera dall’interno, mi grida di salire in macchina, accompagnando l’invito con ampi cenni della mano.

Ma non riesco a muovermi. I piedi sono di marmo.

Scende dall’auto di corsa. Mi circonda le spalle con un braccio, mi spinge lentamente ad entrare nell’abitacolo. Mi adagia lentamente sul sedile dei passeggeri, come una bambola di cera.

Non dice una parola. Non dico una parola.

Passa il palmo delle mani sulla barba incolta. Mette in moto e attraversiamo la città, in silenzio. Lentissimamente.

Accostiamo davanti al portone del suo palazzo.

Mi accarezza dolcemente i capelli fradici, sposta una ciocca dietro l’orecchio destro.

“Siamo a casa, Emma”

Punto gli occhi nei suoi.

“Siamo a casa,amore” ripete.

31/12/2007

torno

torno prestissimo

30/11/2007

quattro novembre

Mio marito si gira lentamente buttandomi il braccio attorno alla vita. Il peso mi sembra insostenibile, mi toglie il respiro. Guardo la sveglia sul comodino, segna le 3.30: l’ennesima notte insonne.

Mi alzo con cautela, facendo attenzione a non svegliare Leonardo e mi dirigo in soggiorno. Mi avvicino alla finestra e fisso un punto vuoto, là fuori.

Ventinove giorni esatti che non lo vedo.

Che non sento l’odore della sua pelle.

Che non fremo al tocco delle sue mani.

Ventidue giorni che rifiuto le sue telefonate.

Che sussulto ad ogni squillo del cellulare.

Che mi forzo di non rispondere.

Otto rose rosse infilate tra il parabrezza e il tergicristalli della mia auto in otto punti diversi della città.

Otto boccioli cestinati da mani tremanti.

Otto stilettate al cuore.

La pioggia batte forte sulla finestra. Fuori è quasi completamente buio: solo la luce di quel lampione solitario disegna un’ombra incerta sul marciapiedi di fronte a casa. Seguo i giochi delle gocce d’acqua scendere adagio lungo i vetri. Sento il collo rigato di pianto.

Asciugo gli occhi, mi stringo nelle spalle. E’ arrivato il freddo, oramai. Quel freddo che F. adora assaporare insieme: annusare l’aria fino a vedere il naso colorarsi di rosso, stringersi forte sulla panchina sgranocchiando castagne abbrustolite, scaldare le labbra infreddolite con piccoli baci caldi.

Ma io odio il freddo.

14/11/2007

dieci ottobre

“E tu cosa gli hai risposto?”

“Niente”

“Come sarebbe a dire ‘niente’?”

“Niente, Cinzia. Semplicemente non gli ho risposto”

“Ottimo! Leonardo finalmente decide che vuole un figlio e tu non ti degni nemmeno di dire qualcosa. Che so, magari che saranno almeno due anni che lo vuoi ‘sto figlio”

“Hai detto bene: Leonardo finalmente ha deciso. Perché è sempre lui che deve decidere. L’ultima parola spetta sempre a lui. Mai a noi”

“Dài, su…. Non metterti a fare i capricci, adesso. Non sei più una ragazzina. E lo sai come vanno certe cose: un figlio oggi lo si deve programmare… mica crederai davvero alla favoletta della bella famigliola stile Mulino Bianco, no?”

Sbuffo vistosamente, tanto da spostare quel ciuffo di capelli che continua a ricadermi sugli occhi.

“Devo anche decidermi ad andare dalla parrucchiera”

“Come sempre sei bravissima a cambiare discorso!” ridacchia rumorosamente la mia amica Cinzia, mentre giocherella con l’accendino, “Scusami un attimo: devo andare alla toilette. Faccio in un minuto” continua alzandosi dalla sedia.

Mentre Cinzia si allontana, noto come tutti gli uomini della sala da the si siano voltati a guardala. E sorrido divertita, sapendo dell’intenzionalità della sua camminata esageratamente ancheggiante. Siamo così diverse io e Cinzia: forse è proprio per questo che negli anni la nostra amicizia non ci ha mai stancato.

Ed è proprio mentre mi perdo in ricordi camerateschi, che mi giungono alle orecchie parole che richiamano la mia attenzione.

Sono tre voci distinte. Tre donne. Che mi pare di riconoscere. Ma non ho il coraggio di voltarmi.

“E così, a quanto pare, F. si vede con una sposata” dice con fare cospiratorio la prima.

Il sangue mi si gela in corpo.

“Vorrai dire che si vede anche con una sposata” puntualizza maliziosamente la seconda.

Il respiro si ferma.

“Sai che novità…” commenta la terza.

I muscoli del viso si immobilizzano.

“Sì, ma… stavolta sembra che lui sia davvero preso!”

Il cuore esce dal petto.

Tra le risate maligne, sento la voce più stridula chiedere dell’identità di questa “famigerata donna sposata”.

E la vista si appanna. Le labbra si seccano. Le mani tremano. La nausea prende la bocca dello stomaco.

Tendo le orecchie. Sconvolta e pietrificata.

“Questi tacchi sono davvero insopportabili!” dice a gran voce Cinzia, lasciandosi cadere sulla sedia davanti a me “Non credo di riuscire a girare per negozi con queste scarpe, oggi!”.

Beve un sorso del suo the ormai freddo. Poi mi fissa dritta negli occhi.

“Ehi, ma che è successo? Hai una faccia!”

“No, no… niente” mormoro appena.

“Sei sicura? Stai bene?”

“A dire il vero mi è venuta un’emicrania tremenda. Ti spiace se rimandiamo lo shopping ad un altro giorno?”. E la voce si incrina.

“Sì, è meglio. Vai a casa a riposare un po’. Qui ci penso io: oggi tocca a me offrire.” replica con tono premuroso, mentre rovista nella borsa alla ricerca del portafogli.

“Grazie, Cinzia” pronuncio a fatica.

Un minuto dopo sono in strada, in mezzo al rumore del traffico. Cammino velocemente, senza meta. E le lacrime scivolano lungo le guance. E i singhiozzi scuotono il petto. Vacillo frastornata, mentre continuano a rimbombarmi nelle orecchie le poche frasi rubate al bar.

07/11/2007

torno

torno prestissimo!

un bacio

 

la sposa perfetta

23/10/2007

dodici settembre

Lampi, mentre guido verso casa.

Frammenti. Attimi.

Lui in boxer che mi apre la porta di casa. A piedi scalzi.

Lui che mi bacia il collo.

Lo stereo già acceso sulle note dei Rolling Stones.

Cartoni di pizza in cucina, una bottiglia di vino sul tavolino del soggiorno.

Bicchieri. Forse tre. No, due.

Lui che mi tiene per i fianchi e mi porta subito in camera.

Il letto sfatto.

Lui che mi spoglia lentamente. Lui che mi assapora le spalle nude.

Le lenzuola calde.

L’orologio già abbandonato sul comodino, per non graffiarmi. Per non graffiare nemmeno l’altra. Quella prima di me, quella che forse ha cacciato via in tutta fretta, con una scusa qualsiasi. 

Un conato di nausea mi assale mentre mi fermo ad un semaforo rosso. Abbasso il finestrino dell’auto, inspiro l’aria della notte.

L’orologio del cruscotto segna le due.

E’ tardi. Sono stanca.

Giocherello con le perle della collana. Scatta il verde e riparto veloce verso casa.

Le luci sono spente, il soggiorno è illuminato solo dalla televisione accesa. Leonardo è seduto sul divano. La testa leggermente all’indietro, la camicia slacciata sul petto. Il respiro pesante. Sul tavolino, accanto alla carta da regalo che impacchettava il dono di F., il suo cellulare. Sul display lampeggia una piccola busta: il messaggio in cui lo avvisavo che avrei passato la serata con un’amica. Leonardo si è addormentato senza nemmeno leggerlo.